di Dott.ssa Valentina Francia, Psicoterapeuta

È oramai riconosciuto come vi sia una strettissima correlazione tra cibo, emozioni e relazioni. In tal senso, con molta facilità, il cibo può diventare strumento comunicativo di malessere, sofferenza e paura, oppure tentativo di gestione delle emozioni vissute come ingovernabili e pericolose, come anestetico nei confronti della frustrazione o della rabbia, come scorciatoia per manifestare un disagio relazionale che altrimenti rimarrebbe inesprimibile.

 

Solitamente è durante la preadolescenza e l’adolescenza che queste problematiche emergono con maggior vigore. Con la preadolescenza inizia un periodo denso di modifiche corporee, emotive, affettive, cognitive e relazionali: occorre accettare e far proprio un corpo in costante cambiamento, si avvia e prende sempre più forza il processo di separazione ed individuazione dalle figure genitoriali, ed infine, inizia quella che, potremmo definirla, “nascita sociale”. Ed è proprio in questo delicato periodo che il cibo può trasformarsi in uno strumento potentissimo per tentare di assopire, arginare o controllare le emozioni e, per dare, seppur illusoriamente, la sensazione di governare i cambiamenti del corpo.

 

Ma cosa si intende per adolescenza? Un primo aspetto importante da sottolineare è che l’adolescenza, in passato, è sempre stata definita come reazione ai cambiamenti del corpo (quindi cambiamento puberale e maturazione sessuale), conseguentemente le problematiche adolescenziali sono state lette come reazione a questo cambiamento. Ovviamente nell’adolescenza è presente un grande cambiamento, dove il corpo è l’attore centrale, ma è una trasformazione più ampia, è una metamorfosi, è un cambiamento che ha connotazioni di crisi, e parlare di crisi vuol dire parlare di un cambiamento, non necessariamente patologico, che comporta un disequilibrio rilevante.

 

Un altro aspetto importante è quello della durata dell’adolescenza. Si è sempre ritenuto che l’adolescenza fosse quel periodo che gravitava attorno alla maturazione puberale, ed in tal senso un prolungamento dell’adolescenza era dato dalla necessità del contesto culturale ed economico come se fosse una costruzione sociale. In realtà oggi che possiamo studiare i cambiamenti cerebrali di questo periodo evolutivo, sappiamo che la maturazione cerebrale dell’adolescente richiede un tempo molto lungo (almeno dieci anni) e che alcuni processi di maturazione cerebrale si spostano fino all’età del giovane adulto (anche 23-25 anni). Quindi, se c’è un cambiamento del corpo, c’è anche un cambiamento del cervello, che apre l’adolescente agli stimoli del contesto, che hanno una grande valenza nel determinare l’evoluzione dell’adolescenza e nell’affrontare quelli che sono i compiti evolutivi di questo periodo.

 

Compiti evolutivi dell’adolescenza:

Mentalizzare il corpo sessuato. Nel periodo adolescenziale il corpo cambia ed è un cambiamento che non può essere controllato o plasmato a piacimento. Le domande che si generano in questo periodo solitamente ruotano attorno al dubbio e allo spaesamento: “come posso usare questo nuovo corpo? che conseguenze hanno questi desideri? sarò in grado di essere uomo o donna?”

Separazione-individuazione dalle figure di accudimento. In preadolescenza il ragazzo si apre ai legami extrafamiliari e all’investimento di nuovi ruoli sociali diversi da quello di “figlio” o “sorella”. Il giovane disinveste sempre più dai genitori per investire nel gruppo dei pari, che diviene, ora, il nuovo punto di riferimento.

Nascita sociale. L’adolescente scopre di non essere solo figlio, ma assume pian piano nuovi ruoli sociali che gli permettono di trovare altri simili a lui per giocare la propria “partita evolutiva”

Costruzione di nuovi ideali dove i ragazzi riempiono il proprio Sé di nuovi valori rispetto a quelli acquisiti mediante la storia familiare. A questo punto si mettono in discussione i vecchi valori, ma non necessariamente vi è una rottura, anzi può darsi che questi vengano a seguito integrati come parte del Sé e non più come dettami calati dall’alto.

 

Quando si verifica un blocco evolutivo, in uno di questi compiti, può manifestarsi l’emergere di una sintomatologia più o meno complessa. Il tema centrale di questo periodo è quello della crescita: crescita del pensiero, della capacità di relazionarsi, di amare, della sessualità. Ma se l’adolescente ha l’impressione di non riuscire ad essere autonomo, se sente che il proprio corpo non è abile, ecco che la sua reazione potrà essere quella di una depressione narcisistica: la perdita della bellezza, della capacità, di sentirsi ammirato, la perdita del Sé. Ecco che allora ci si vuole disfare di quel corpo che fa vergognare; diventa colpa sua se non riesco a socializzare, a farmi ammirare, a giocare bene con il pallone. In tal senso l’adolescente, anziché riuscire a costruirsi un’immagine mentale del proprio corpo che rappresenti il Sé autentico, si ritrova con un corpo che non coincide con il Sé, ed ecco che allora questo corpo lo si può attaccare o, nel nostro caso, denutrire.

Da qui nasce ciò che Maggiolini chiama “l’attacco al corpo”, a quel corpo che ha creato tutte queste difficoltà; e allora ecco che la ragazzina con anoressia accusa il corpo di essere grasso, di essere troppo femminile, di non garantire autonomia e bellezza. O l’adolescente maschio che sperimenta il sentimento di vergogna nell’essere esposto allo sguardo dei coetanei che vedranno la sua identità virile traballante.

Ecco che, all’interno di questa cornice, la psicopatologia può non essere più un disturbo che blocca la crescita ma, potremmo anche dire, che è il blocco dello sviluppo che determina la patologia, allora se sblocchiamo gli intoppi dello sviluppo sblocchiamo la patologia. A questo punto però cambia la domanda che non è più “come faccio a guarirlo”, ma diventa: “come posso aiutarlo a crescere”. Questo significa che occorre dare importanza a certi passaggi evolutivi (quindi ai nuovi compiti), ricordando che per molte difficoltà si vede una relativa continuità tra problemi (e passaggi) evolutivi e problemi psicopatologici. Questo significa che il disturbo alimentare finisce per essere la gradazione più alta di una problematica nel rapporto con il corpo e con il cibo che è molto diffusa tra le ragazze ed i ragazzi in adolescenza (in tal senso si riscontra una continuità tra problematiche dell’età evolutiva e psicopatologia). Solms afferma che le problematiche emotive rappresentano tentativi non riusciti di soddisfare i bisogni, cioè i sintomi sono tentativi di affrontare qualcosa, per Milton Erickson il sintomo è la migliore risposta che la persona è riuscita a dare alla sua sofferenza. Quindi il disturbo alimentare come modo di affrontare un cambiamento evolutivo: il corpo, la sessualità, il rapporto con gli impulsi e con una certa idea della femminilità o una difficoltà di mentalizzare gli aspetti emotivi. Ecco che il cibo diventa “strumento” per gestire le emozioni dove è presente una certa difficoltà a mentalizzarle, a regolarle in modo adattivo.

Proprio per questi motivi è importante che la prevenzione inizi precocemente in quanto, l’alfabetizzazione emozionale incomincia già nell’infanzia. La desertificazione delle emozioni, infatti, inizia fin dai primi anni di vita, c’è sempre meno tempo per stare insieme e per giocare con i figli (è nel gioco simbolico che i bambini cominciano a prendere contatto con le emozioni). Quindi, se è presente un problema, oggigiorno, è quello di non riuscire a riconoscere i propri sentimenti e chiamarli per nome, e a trovare quell’integrazione tra sfera emotiva e fisiologica.